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Il nucleare in guerra

Guido Donati * 28 Set 2026
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La centrale di Zaporizhzhia è rimasta diciotto giorni senza corrente esterna. Un drone ha bucato l’arco d’acciaio che copre Chernobyl. Nei Balcani la NATO ha sparato uranio impoverito, e l’Italia studia da venticinque anni i soldati che c’erano. Il 23 settembre il Senato ha approvato la legge che riporta il Paese al nucleare.

 

 


Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’AIEA, e la missione dell’Agenzia davanti a un tetto danneggiato della centrale nucleare di Zaporizhzhia, il 1° settembre 2022. Sullo sfondo il reattore 2. Photo Credit: Fredrik Dahl / IAEA. IAEA Imagebank su Flickr, licenza CC BY 2.0, creativecommons.org/licenses/by/2.0. Immagine non modificata.


Perché non si può giocare con il nucleare · 1
Il 20 agosto la centrale nucleare di Zaporizhzhia, in Ucraina, ha perso l’ultima linea elettrica che la collegava alla rete. Per diciotto giorni il raffreddamento è andato avanti con i generatori diesel. Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha parlato di un possibile blackout totale, con le scorte di gasolio in calo. La corrente è tornata la sera dell’8 settembre, dopo tre giorni di riparazioni fatte durante una tregua locale. È la settima che l’Agenzia ha ottenuto fra Mosca e Kiev dall’inizio della guerra.
I sei reattori, del tipo VVER-1000, sono in spegnimento a freddo dal 15 aprile 2024. Spento non vuol dire inerte. Il combustibile, nel nocciolo e nelle piscine, continua a scaldarsi per il decadimento dei prodotti di fissione, e quel calore lo portano via pompe che vanno a corrente. Secondo il conteggio della World Nuclear Association, dal 2022 la centrale ha perso del tutto la corrente esterna ventisei volte.
Le truppe russe hanno occupato l’impianto il 4 marzo 2022. Il 30 maggio 2023 Grossi portò al Consiglio di sicurezza dell’ONU cinque principi: nessun attacco dalla centrale o contro la centrale, nessuna arma pesante sul sito, nessun rischio per le linee elettriche esterne, sistemi essenziali protetti da attacchi e sabotaggi, nessuna azione che aggiri queste regole. Il diritto internazionale le contiene già. L’articolo 56 del primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, del 1977, vieta di attaccare le centrali nucleari quando l’attacco può liberare forze pericolose e causare gravi perdite fra i civili, anche se sono obiettivi militari. La protezione cade solo se la centrale dà un sostegno regolare, significativo e diretto alle operazioni militari.


Zaporizhzhia non è sola. Il 14 febbraio 2025 un drone ha colpito a Chernobyl il Nuovo confinamento sicuro, la volta d’acciaio sopra i resti del reattore 4. Ha aperto un foro di circa sei metri nel rivestimento esterno e in quello interno. Una verifica di maggio ha contato circa 330 aperture, larghe da 30 a 50 centimetri, su circa duecento metri quadrati. La radioattività è rimasta stabile. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che attribuisce il drone alla Russia, stima la riparazione in almeno cinquecento milioni di euro, per tornare alla piena funzione entro il 2030. Il primo aprile 2026 i donatori hanno approvato trenta milioni per i lavori di progettazione. Fra i donatori del fondo c’è l’Italia. In Iran, il 4 aprile 2026, un proiettile è caduto presso la centrale di Bushehr. Era il quarto episodio in poche settimane, e ha ucciso un addetto alla protezione fisica. Anche lì la radioattività non è salita.
La legge delega sull’energia nucleare sostenibile è passata in via definitiva al Senato il 23 settembre, con 81 sì, 51 no e 7 astenuti, secondo i resoconti di agenzia. Il governo ha dodici mesi per i decreti su siti, autorizzazioni, controlli di sicurezza, fabbricazione e ritrattamento del combustibile, rifiuti e smantellamento degli impianti. La protezione dal sabotaggio ha già una regola internazionale. L’emendamento del 2005 alla Convenzione sulla protezione fisica dei materiali nucleari, in vigore dal maggio 2016, estende la tutela agli impianti e fa del sabotaggio un reato.


Il combustibile lascia uno scarto, e la guerra lo ha già usato. Per fare combustibile si arricchisce l’uranio, cioè si alza la quota di uranio-235, l’isotopo che si scinde nel reattore. L’uranio naturale ne contiene lo 0,72 per cento. Quello che resta dopo l’arricchimento ne contiene lo 0,2-0,3 per cento: è l’uranio impoverito. Secondo l’AIEA ha circa il sessanta per cento della radioattività dell’uranio naturale. È un metallo molto pesante, e per questo lo si usa nei proiettili che perforano le corazze. Quando colpisce un bersaglio duro, dal 10 al 35 per cento del proiettile, e fino al 70, si incendia e diventa polvere. Il rischio principale è chimico: come per altri metalli pesanti, l’organo bersaglio è il rene. Diventa anche radiologico se la polvere si respira, perché gli ossidi insolubili possono restare nei polmoni fino a sedici anni.


La NATO lo ha usato nei Balcani con i cannoni da 30 millimetri degli aerei A-10. In Bosnia-Erzegovina, fra il 1994 e il 1995, circa tre tonnellate, secondo la stessa Alleanza. In Kosovo, Serbia e Montenegro, nel 1999, circa trentunomila proiettili, una decina di tonnellate. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, l’UNEP, andò a misurare. In Kosovo, nel 2001, non trovò una contaminazione diffusa del suolo: l’uranio stava a pochi metri dai proiettili, e il rischio fu giudicato insignificante. Raccomandò però di controllare l’acqua di falda usata per bere. In Bosnia, nel 2003, trovò quasi trecento punti contaminati e, per la prima volta, uranio impoverito nella falda di Hadžići, a concentrazioni basse.
In quelle missioni c’erano decine di migliaia di militari italiani. Il ministero della Difesa affidò lo studio a una commissione scientifica, nota come commissione Mandelli. I risultati furono riassunti nel 2003 sul Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità. Su 43.058 militari inviati in Bosnia e in Kosovo fra il dicembre 1995 e il novembre 2001, la commissione contò 12 linfomi di Hodgkin, contro 5,08 attesi in base ai tassi della popolazione italiana. Il rapporto fra casi osservati e attesi era 2,36. L’intervallo di confidenza al 95 per cento, la forbice in cui cade con buona probabilità il valore vero, andava da 1,22 a 4,13: tutto sopra l’uno, quindi un eccesso reale. Era l’unico eccesso significativo. Il nesso con l’esposizione interna all’uranio, concluse la commissione, non era dimostrato.

 

Linfoma di Hodgkin nei militari italiani inviati nei Balcani: casi osservati diviso casi attesi, con intervallo di confidenza al 95 per cento. In rosso l’eccesso di nuovi casi trovato dalla commissione Mandelli; in blu e in grigio i ricoveri e le morti nello studio di De Angelis e colleghi. Le tre misure non sono la stessa cosa: nuove diagnosi, ricoveri e morti, su periodi diversi. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Grandolfo et al., Notiziario ISS 2003, e De Angelis et al., Frontiers in Public Health 2025.


Lo studio più lungo è uscito nel settembre 2025 su Frontiers in Public Health. De Angelis e altri quattordici autori, con un finanziamento del ministero della Salute, hanno incrociato i dati di 71.042 militari inviati nei Balcani fra il 1995 e il 2004 con gli archivi nazionali di mortalità e di ricovero. Fra il 1999 e il 2018 ne sono morti 894, contro 1.969 attesi in base alla popolazione italiana. I tumori ne hanno uccisi 336, contro 605 attesi. Per il linfoma di Hodgkin, 5 morti contro 6 attesi, e fra il 2005 e il 2018 33 ricoveri contro 53.
Quei numeri bassi hanno una spiegazione nota, e gli autori la scrivono. I militari sono una popolazione selezionata: entrano in servizio sani e in forma. Si chiama effetto del soldato sano. Il confronto con i Carabinieri, usati come gruppo di controllo, riduce la differenza ma non la annulla: la mortalità dei veterani resta 0,76 volte la loro. Due tumori risultano in eccesso nei ricoveri: la tiroide, 142 casi contro 102 attesi, e il melanoma, 94 contro 71. Gli autori li attribuiscono a una sorveglianza più intensa, che scopre tumori piccoli che forse non avrebbero mai dato malattia, e per il melanoma anche al sole preso in servizio. I limiti sono dichiarati. Lo studio non misura l’esposizione all’uranio, in Italia manca un registro tumori nazionale e i ricoveri sono seguiti solo dal 2005. La conclusione è che i dati non indicano rischi specifici di lungo periodo legati alle missioni nei Balcani.


I tribunali hanno risposto con un altro metro. Nel 2008 la commissione d’inchiesta del Senato presieduta da Lidia Menapace scrisse che un nesso diretto di causa ed effetto non si poteva stabilire, e propose per gli indennizzi un criterio di probabilità. Il ministero della Difesa le aveva comunicato 312 tumori maligni e 77 morti fra il personale di quattro teatri operativi, dal 1996 al 2006. Nel febbraio 2018 l’ultima commissione d’inchiesta, alla Camera, scrisse che numerose sentenze avevano riconosciuto il nesso fra l’esposizione senza protezioni all’uranio impoverito e i tumori. Il criterio dei giudici è quello del più probabile che non. Serve a decidere chi risarcisce un danno, non a stabilire cosa lo ha causato in biologia. I due piani vanno tenuti distinti.


In Ucraina l’uranio impoverito è tornato nel 2023. Il 20 marzo il governo britannico confermò alla Camera dei Lord che, insieme ai carri Challenger 2, avrebbe fornito munizioni perforanti all’uranio impoverito. La risposta parlava della loro efficacia contro i carri moderni, non dei rischi. L’UNEP, che misurò i Balcani, nella sua pagina sull’uranio impoverito non riporta misure sull’Ucraina.
Dopo Bushehr, Grossi ha detto che le centrali nucleari e le aree vicine non devono mai essere attaccate. Il 20 agosto, a Zaporizhzhia, restava una sola linea elettrica. È saltata anche quella.



Bibliografia
De Angelis R., Rossi S., Bugani M., Autore A., Lastilla M., Vento R., Rocchetti A., Guzzinati S., Vicentini M., Manno V., Spizzichino L., Battilomo S., Belmonte S., Biffoni M., Piciocchi A., «Long-term mortality and hospitalisation among Italian veterans deployed to the Balkans: a retrospective longitudinal study based on individual linkage with national health data», Frontiers in Public Health 13: 1605457, 19 settembre 2025, CC BY. doi:10.3389/fpubh.2025.1605457
Grandolfo M., Mele A., Ferrigno L., Nuccetelli C., Risica S., Tosti M. E., «Uranio impoverito e linfomi di Hodgkin nei soldati italiani in Bosnia e Kosovo: una possibile associazione?», Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità 16 (7/8): 3–11, 2003. iss.it
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Articoli precedenti su Scienzaonline
«I chip del mondo sopra la faglia. Sotto questo punto non costruite», Guido Donati, 23 settembre 2026. scienzaonline.com
«La cenere dal cielo: un’estate sospesa nel silenzio radioattivo – Parte 1», Guido Donati. scienzaonline.com
«Oltre Hiroshima: la lunga eredità dei test nucleari nel mondo», Claudia Gianvenuti, 17 ottobre 2025. scienzaonline.com
«Fukushima, è ancora contaminato l’85% dell’Area Speciale di Decontaminazione», Greenpeace, 4 marzo 2021. scienzaonline.com
«Particulate plutonium released from the Fukushima Daiichi meltdowns», Helsingin yliopisto (University of Helsinki), 15 luglio 2020. scienzaonline.com
«Ortles: il ghiacciaio si muove dopo 7.000 anni», Comunicato stampa CNR, 30 gennaio 2017. scienzaonline.com
«Film: Fukushima Never Again», Guido Donati, 15 novembre 2013. scienzaonline.com
«Terremoto Giappone: La Scossa ha spostato l’asse terrestre di circa 10 cm», Nicola Cosanni, 11 marzo 2011. scienzaonline.com
«CHERNOBYL, WWF: ‘viaggio nell’infanzia contaminata’», WWF, 28 aprile 2011. scienzaonline.com
Parole chiave
Zaporizhzhia, uranio impoverito, sindrome dei Balcani, commissione Mandelli, linfoma di Hodgkin, Chernobyl, Nuovo confinamento sicuro, Bushehr, legge delega nucleare, AIEA, articolo 56 Protocollo aggiuntivo di Ginevra, UNEP Kosovo, militari italiani, centrali nucleari in guerra, sicurezza nucleare, energia nucleare.
Keywords
Zaporizhzhia, depleted uranium, Balkan syndrome, Mandelli commission, Hodgkin lymphoma, Chernobyl, New Safe Confinement, Bushehr, Italy nuclear law, IAEA, Geneva Additional Protocol article 56, UNEP Kosovo, Italian soldiers, nuclear power plants in war, nuclear safety, nuclear energy.

*Board Member, SRSN (Roman Society of Natural Science)
Past Editor-in-Chief Italian Journal of Dermosurgery

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