Brain test shows that crabs process pain

Researchers from the University of Gothenburg are the first to prove that painful stimuli are sent to the brain of shore crabs providing more evidence for pain in crustaceans. EEG style measurements show clear neural reactions in the crustacean's brain during mechanical or chemical stimulation.
In the search for a better welfare of animals that we humans kill for food, researchers at the University of Gothenburg have chosen to focus on decapod crustaceans. This includes shellfish delicacies such as prawns, lobsters, crabs and crayfish that we both catch wild and farm. Currently, shellfish are not covered by animal welfare legislation in EU, but this might be about to change. For a good reason, according to researchers.
“We need to find less painful ways to kill shellfish if we are to continue eating them. Because now we have scientific evidence that they both experience and react to pain,” says Lynne Sneddon, zoophysiologist at the University of Gothenburg.
A complex structure created by Neanderthals discovered in Gibraltar

All cultures, however primitive, have used glues, resins and pitches obtained from various plants for their mechanical or medicinal properties. Neanderthals were no exception.
This species commonly used birch pitch as an adhesive to bind lithic pieces and even as a chewing agent, possibly medicinal. However, until now, it was not known how they could obtain this pitch.
Theoretical work distinguished two methods of obtaining pitch: a simple, not very productive one, by open-air combustion of birch bark, and a more complex one requiring anoxic heating of birch chips.
That is, using buried pieces of wood heated with a fire so that they exuded the resin while they could not burn because they were insulated from oxygen.
Whether they used one method or the other has major implications for rating their cognitive ability. The more complex method requires a significant degree of organisation and practice.
Scoperti più di 1.300 nuovi batteri nelle acque reflue di cinque città europee

L’analisi ha coinvolto Bologna, Roma, Copenhagen, Rotterdam e Budapest: i risultati offrono nuove informazioni sugli ecosistemi microbici presenti nei contesti urbani e nuovi strumenti per identificare
rapidamente organismi potenzialmente pericolosi.
Analizzando le acque reflue di cinque città europee – incluse Bologna e Roma – un gruppo internazionale di ricercatori è riuscito a caratterizzare più di 2.300 specie batteriche, tra cui oltre 1.300 che finora non erano mai state descritte. I risultati – pubblicati su Nature Communications – ampliano la conoscenza degli ecosistemi microbici “buoni” e “cattivi” con i quali interagiamo tutti i giorni senza rendercene conto e che possono favorire la diffusione di microrganismi resistenti agli antibiotici.
Svelato il DNA dei Piceni: un viaggio nell’archeogenetica dell’Italia antica

Uno studio condotto da un team internazionale, coordinato da Sapienza Università di Roma e dal Cnr, rivela le origini genetiche dei Piceni e descrive la struttura genetica di una delle civiltà più affascinanti dell’Italia pre-romana. I risultati, pubblicati sulla rivista Genome Biology, mostrano che esisteva una piccola ma significativa differenziazione tra i popoli Tirrenici e quelli Adriatici, e aiutano a comprendere meglio le migrazioni, le interazioni e l'evoluzione delle popolazioni nel corso dei millenni.
«Noi abbiamo un grande fantasma che ci perseguita da molti decenni: sull'Adriatico questo fantasma sono i Piceni» — così si esprimeva, nel 1975, Massimo Pallottino, lo studioso che ha contribuito più di ogni altro allo studio dell’Italia preromana. Oggi, grazie ad uno studio interdisciplinare che ha visto la collaborazione sinergica di archeologi e genetisti, quel "fantasma" torna a vivere, permettendoci di esplorare in profondità le origini, i contatti e l'evoluzione dei Piceni, una delle civiltà più affascinanti dell’Italia preromana.
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